Per 4 persone: 1 kg di melanzane non troppo grosse, mature, 4 uova sode, 6 spicchi di aglio, 1 limone, prezzemolo, salvia e timo, olio, sale e pepe.
Lavate le melanzane e mettetele in forno sulla placca girandole ogni tanto, toglietele quando la buccia comincia a diventare secca e si stacca dalla polpa. Sbucciatele e tritate la polpa; sbucciate gli spicchi d'aglio e pestateli fino a farli diventare una pasta che mescolerete al succo di limone e al prezzemolo, alla salvia e al timo tritati finissimi. Quando gli ingredienti saranno ben amalgamati, incorporate la polpa di melanzana un poco alla volta, mescolando con molta cura. Quando il composto sarà omogeneo versate l'olio a filo, salate e pepate. Tritate le uova sode e servite su crostini di pane disponendo su ognuno il caviale di melanzane con un pizzico di uova sode tritate.
Mamikazen sopravvissuta all'inaugurazione dei nuovi/vecchi musei parte per tre giorni di tournée con Misa Criolla e Navidad Nuestra (domani a Pomposa, lunedì a Imola e martedì a Cignocittà), quindi arrivederci e... buon appetito!
Mattina, museo. Mamika in calzoncini e maglietta si presta a lavori di bassa manovalanza - incartare quadri, spacchettare quadri, pulire l'angelo ribelle di Nanni Valentini con il pennello e l'aspirapolvere.
Mamika torna a casa alle due coperta di polvere, ragnatele e scaglie di vernice. Puzza di cane morto da due giorni. Si lava e si cambia la maglietta.
Pomeriggio, laboratori del museo. Mamika in maglietta (pulita) e calzoncini ("diversamente puliti") coadiuva la collega P. nella realizzazione di un laboratorio per le solite quaranta persone, dedicato alla Sinagoga Sefardita e al tradizionale gioco della trottola ebraica. Mamika torna a casa alle otto sporca di acquerello, tempera, pennarello, colla a caldo. Puzza di cane morto da tre giorni.
Seconda versione.
Sera, Mamika deve andare alle prove di canto. Si fa quindi una doccia per grattar via la sugna dei musei, poi ci pensa un po' e decide di indossare un abitino aderente a fiorellini verdi. Poi ci pensa un altro po' e decide di mettere le scarpe col tacco alla Betty Boop. Poi, senza pensarci, si trucca un pochino e mette anche il rossetto rosso. Una mezz'oretta dopo, Mamika fa il suo ingresso nel salone di Via Confalonieri dove ancora ci sono solo i tenori che ripassano i Carmina Burana. Mamika ancheggia fino al suo posto in prima fila.
Il maestro Vlad interrompe la prova.
"Ho capito che vi siete distratti per guardare la Mamikazen che entrava, anch'io mi sono distratto, l'avete guardata per bene? Possiamo continuare? Fate come me, imparate la parte a memoria, così poi potete godervi lo spettacolo di tutte le belle donne che entrano."
Vedi tu, che miracoli possono fare una doccia, un vestitino e un po' di trucco.
In alto loco, in quell'empireo lontano dalle leggi umane dello spazio e del tempo in cui vivono loro, I Capi, si è deciso di riaprire i Musei Civici il quattro di luglio.
In basso, nel nostro mondo, a quattro giorni dal quattro di luglio le sale dei Musei sono una bolgia infernale di polvere, facchini, elettricisti, pinze, restauratori, architetti, mandrini del 4, cornici a foglia d'oro, impiegati dispersi, tappi a vite, orologi antichi della Marchesa che non si sa dove cazzo mettere, il tutto sormontato dallo stentoreo rombo del nuovissimo condizionatore che però, dicono, quando andrà a regime sarà più silenzioso di un gattino che fa le fusa. Dicono.
In mezzo alla bolgia se ne sta Mamikazen, inerpicata al colmo di una scala a libretto ad incartare in un magico velo di tessuto-non-tessuto La caduta dei giganti di Guido Reni. Ora, Mamikazen soffre le vertigini sulle scale di casa, sui tacchi, a volte persino stando ferma a piedi nudi sulla spiaggia. Pertanto se ne sta lì, con un braccio avviticchiato al colmo della scala, mentre con l'altro cerca di arpionare con un lembo di stoffa l'angolino superiore del secentesco quadrone emiliano, rattrappita dal terrore di cadere e vieppiù, nella caduta, di causare danno alla celebre tela.
Un tecnico del centro operativo si ferma sotto di lei.
"Scusa, ma è vero che Apollo si trasformava in animale per conquistare le donne? quella Marzia, per esempio. Com'è andata, con quella Marzia?"
"Marzia? Mah... veramente... a me non risulta nessuna Marzia..."
"Come no, c'è anche di là nelle ceramiche!"
"Ah, MarSia! Apollo e Marsia! Ma non era una donna, era un uomo che aveva sfidato Apollo e aveva perso, ed era finito scuoiato."
"Un uomo? ma lì non sembra, sembra una donna."
"Era un uomo, è che a volte i ceramisti gli facevano un po' di tette, e sembrava una donna."
"Ah! Allora era un trans."
"..."
Interviene, salvifico, il collega G.
"A lei devi chiedere di Rossini, devi chiedere. Che sa tutto."
Il tecnico corregge il tiro.
"Senti, allora: è vero che Rossini usava uno stantuffo al posto del Viagra?"
Non so cosa mi sia successo, ma mi sento così.
Sarà il virus.
Sarà che son passata da tempo determinato a indeterminato senza neanche accorgermene, una firma e via, a preparare un laboratorio per quaranta persone, dove devo firmare? Veloce, che devo andare a comprare tre risme di carta salmone. Sarà che non festeggio nemmeno, perché siamo in periodo di magra.
Sarà che questa settimana arriva la babysitter nuova, e a me vengono regolarmente tutte le parturnie e i pensieri da mamma, dalle inesistenti difficoltà di adattamento dei piccoli alle fantascientifiche prospettive delle babysitter-killer dei film americani.
Sarà il tempo instabile.
Sarà la riapertura dei musei.
Questo pomeriggio durante una pennica post-virale ho persino sognato che facevo pianobar con Beerbohm, che il mio subconscio deve proprio essere alla frutta per tentare di tirarmi su in questo modo. Povero Beer, lui che pare suoni così bene, musicalmente coinvolto nei fumi depressivi di una (orrore!) trentasettenne madre di famiglia.
Che è da un po', da prima del virus, intendo, che mi sembra mi venga tutto male, il lavoro, la mammitudine, la casalinghitudine, la seduzione, il canto, mi sento particolarmente negata a 360°.
Però scommetto che se riesco a sopravvivere a questa settimana di riapertura dei musei, di cambio babysitter, di debolezza dell'anticiclone, e riesco ad arrivare a sabato e all'inizio della tournée del Filarmonico, e mi metto i tacchi e il vestito lungo e canto forte anche quando dovrei cantare un po' più piano, scommetto che, poi, mi sento meglio.
So che a quest'ora, con l'influenza, dovrei essere a letto.
So che in genere mi piacciono gli uomini brutti.
So che dovrei valutare Clint Eastwood per tutto il lavoro che ha fatto in seguito, come attore e regista, ed è pur vero che "Gran Torino" è uno dei film più belli visti quest'inverno, lo so.
Ma in fondo non è colpa mia, se rai tre ha deciso di dare stanotte un film dell'Ispettore Callaghan. In fondo non è colpa mia, se Clint Eastwood da giovane rimane uno degli esseri umani più straordinariamente scopabili, dai tempi dell'Australopiteco ad oggi.
Questi parrucconi, che dicono che gli piace la carne giovane, a loro.
Questi signori coi capelli bianchi o tinti, la pancia, gli improbabili completi tristi e l'aria affranta di chi si sente al capolinea, improvvisamente si convincono che una minigonna e una bocca senza rughe possa fermare il tempo, il loro tempo, possa esorcizzare la malattia, la vecchiaia, le plàncighe.
E tutti lì a dire "quanto mi piacciono, quanto son belle, giovani, fresche, interessanti", tutti lì a sudare, a far finta di sentirsi a proprio agio a ballare nei locali con le maniche della camicia arrotolate e le lune piene di sudore sotto le ascelle.
E tutti lì a pagare, sian soldi, o regali, o appartamenti, o posti di lavoro.
Ma non vi crederete davvero di averla inventata voi, 'sta cosa, vero? Che nel Satyricon c'è il racconto del vecchio che pur di farsi la ragazza fa nascondere un servo sotto il letto per farsi dare "una spintarella" al momento giusto.
E poi c'è questa storica canzone, che di voi e delle sbarbine dice già tutto, carissimi, e son trent'anni fa...
E' giovane, ha quattro anni meno di me. Racconta di suo padre. Mentre parla, sullo schermo scorrono le immagini di un filmato superotto, come quelli che ci faceva mio babbo quando eravamo piccoli. Nel filmato, una famiglia sui campi da sci. Un signore lungo e magro coi pantaloni a zampa insegna a sciare a una bimba piccola, che cade e batte il sedere. Il signore, che è suo padre, la aiuta a rialzarsi. Dietro di loro, la mamma tiene in braccio un bimbo piccolo, che è quell'uomo che parla oggi sullo schermo.
"Mi sono svegliato sentendo mia mamma che piangeva. Sono corso da mia sorella e le ho detto che avevano sparato al babbo con una pistola."
Il babbo era un signore molto preciso, nel suo lavoro. Raccoglieva prove, indizi, testimonianze, li sistemava in ordine con pazienza e intelligenza per poi trovare i legami, i nessi causali, a volte, le prove. Mi viene in mente che anche mio babbo è così, preciso, uno che scrive tutto e rivolta ogni elemento da tutte le parti finché non ne trova il verso, la luce.
"Ecco, è da quel giorno che i miei ricordi prendono vita, movimento. Prima i ricordi sono dei momenti, delle istantanee."
Prendere vita, iniziare la vita nel momento del dolore. Negli occhi dell'uomo che parla in televisione, l'omicidio del padre non è avvenuto ventinove anni fa, è avvenuto adesso.
E' così, di nuovo il nostro dolore per chi lavora isolato, per chi rimane da solo, perché la giustizia è una favola da raccontare ai figli, perché a volte la pace civile sembra solo una crosta molto, molto sottile.
La mia estate musicale inizia con me sola in automobile, ferma di sbieco in un piazzale, le quattro frecce che lampeggiano, mentre aspetto la Bellissima che è andata a farsi sistemare le chiome dal parrucchiere.
Dopo un po' la vedo, un elfo in pantaloni neri con gli spartiti sottobraccio. Il parrucchiere le ha fatto i boccoli alla Rossella O'Hara e una frangia bombata come non ne vedevo dal 1982, ma a lei stanno bene.
Io invece mi sono data un'altra rasata alla biglia, sotto gli occhi divertiti di RodolfoValentino: "Mamma, adesso sei bella come Magmion, il Gormito Signore del Vulcano." Purtroppo non ho gli occhi incastonati nelle spalle, ché altrimenti stasera, col vestito da sirena, avrei fatto la mia porca figura.
Noi Insolite ci raduniamo in un parcheggio della zona industriale, il parcheggio di un negozio di scarpe, naturalmente, poi facciamo le macchine per andare su. Salgo con la Gilda, che ha un'Opel Astra station wagon a metano e minaccia in continuazione di far partire il cd della figlia, con le sigle vecchie dei cartoni. Invece parliamo di cori, prove, vecchi brani lirici che ci hanno stufate, Maestri, di trasferte lontane anni luce e di quelle ancora da venire. La strada fino ad Auditore scorre in fretta.
Il signor Guidi ha provvidenzialmente piazzato un cartello con la foto di un portachiavi a forma di angioletto in cima al vialetto di casa, così inchiodiamo e svoltiamo in una stradina di breccia con una poco promettente pendenza di 90° rispetto al piano della crosta terrestre.
La casa-studio del signor Guidi vanta un panorama a cerchio quasi completo di colline, campi, boschetti, fattorie, pecore al pascolo e monti in lontananza. Il signor Guidi ha purtroppo pavimentato parte del suo giardino con dei delinquenziali mattoncini al vivo, e la scelta mia e della Bellissima di indossare sandali sexy col tacco sottile si rivela subito una boiata pazzesca. Passeremo gran parte della festa a disincagliare con violenza i tacchi dalle commessure, e mentre la Bellissima potrà accompagnare il gesto con una mossa sensuale dei lunghi capelli neri, io mi limiterò ad ondeggiare come un birillo al bowling, colpito dalla boccia.
Il signor Guidi ci regala un grosso e pesantissimo fermacarte con i suoi inimitabili angioletti, e ci invita ad usarlo per "tenere stretti i nostri sogni, e poi farli volare". Secondo me invece è perfetto da dare in testa ai mariti, ma quando ho provato a suggerirlo al signor Guidi lui non mi ha risposto, forse perché, essendo parte in causa, non se la sentiva di fomentare un tale criminoso uso alternativo del bell'oggetto.
Fuori casa era molto buio, quando le pecore sono andate a dormire nel cielo è spuntata una miriade di Pleiadi, e Spiche, e Orse Maggiori e Minori tutte lì, affollate a guardare chi c'era alla festa.
Dentro casa c'era molta luce e sculture, quadri, premi, divani e tende con le stoffe tempestate di angioletti, e decine e decine di pannelli zeppi di ritagli di riviste appiccicati e scarabocchiati dal signor Guidi per ispirazione ed arte, suppongo, proprio come facevamo noi nel diario di scuola delle medie.
Ho resistito alla tentazione di rubare un grande palla-souvenir di New York con la neve, il carillon e i cartelloni di Broadway in miniatura, che avrebbe fatto una bellissima figura nella collezione di RodolfoValentino.
Non ho resistito alla tentazione di inviare un sms a Ad per dirgli che eravamo state bravissime alla faccia sua, che tanto non riuscirò mai a convincerlo a venirci a sentire.
Mi sono persa il risotto al tartufo perché ero con Riccioli nel parcheggio gremito di Mercedes e fuoristrada, a fumare sigarette ultraslim e parlare delle nostre ossessioni, che per tenerle ferme, quelle, decisamente non ci serve, il fermacarte del signor Guidi.
Non ho perso un occhio per un pelo, risalendo a piedi nel buio della mezzanotte il vialetto imbrecciato, mentre il custode di casa Guidi lanciava su per la salita a tutto gas l'Astra a metano della Gilda, facendo schizzare i sassi a mezzo centimetro dalle nostre facce stremate.
Naturalmente abbiamo cantato, con la Zia che suonava e gli ospiti che chiacchieravano, e il momento più bello è stato quando ci siamo chiuse a cerchio al buio, in giardino, e l'Annina ci ha dato la nota col diapason e abbiamo cantato a cappella, ad occhi chiusi, sotto le stelle.
Perché la musica è una malattia incurabile che in certi momenti non ha proprio nulla a che fare con lo spettacolo, l'elettronica o i tacchi a spillo.
Ore 20.00
Il Coro Filarmonico è un'unica massa turbolenta in divisa d'ordinanza sui gradini dell'altare della chiesa di C.R.
"Ma proprio in chiesa la dovevamo fa', 'sta foto? E proprio sotto a 'sto quadro lugubre col Cristo che più che Risorto pare 'n anima che vaga all'inf.."
"E zitto, su, mettiti in fila buono, che finiamo presto. Boja che caldo!"
"Mamikazen, hai preso un po' di sole?!"
"Corista M. metti un coprispalle, che abbiamo tutte le braccia coperte."
"E tu metti un copritette."
"Mamikazen, hai preso un po' di sole?!"
"Le coriste alte dietro, quelle basse... cioè, quelle meno alte, davanti."
"Tu che ci fai dietro?!"
"Ho messo le zeppe ortopediche per la foto, venti centimetri, vedi?"
"Ad, fai finta di dirigere."
"Ok. Tutti e sessanta le mani incrociate davanti."
"Ok. Tutti e sessanta le mani lungo i fianchi."
"Ok. Di sessanta, ce n'è uno che sorride?"
"Mamikazen, hai preso un po' di sole?!"
Ore 21.00
Mamikazen dopo la foto e l'aperitivo con la Ballerina ha tradito i Filarmonici ed è sgattaiolata "altrove", per la prova generale con le Insolite Gnocche.
"Ma se dobbiamo tagliare, tagliamo i brani nuovi o quelli vecchi?"
"Io dico i brani vecchi."
"Io dico i brani nuovi."
"Io dico di tagliare Shoop Shoop Song."
"Io dico di tagliare Bridge over troubled water."
"Io dico Annie's song."
"Mamikazen, hai preso un po' di sole?!"
"Questa la facevamo a 120..."
"No, a 140."
"Scherzi? è lentissima!"
"E' così veloce che non si riesce a cantare!"
"Avete portato l'accessorio rosso da indossare?"
"Io ho la collana di corallo."
"Io i guanti di raso pesante, suderò come una bestia."
"Io ho un braccialetto arancione, vale uguale?"
"Mamikazen, tu basta che porti le guance..."
La stagione Mamikazica dei concerti estivi s'inaugura stasera con un concerto deluxe nella magione privata di tal Piero Guidi, giovane stilista emergente che, pare, promette bene.
Il livello di isteria filarmonico-gnocchica è già alle stelle.
Un'azdora folle e sconclusionata, una mamma piezz'e core, una moglie un filino impegnativa, una lavoratrice (inde)fessa, una corista against all odds, una parlatrice a vanvera.
Drop in and get lost.