
C'era una volta un tamburello.
Non era un bel tamburello, di quelli scuri, lucidi, con le doppie file di piattini; era un cerchietto di legno chiaro con un solo giro di sonagli e nemmeno i buchi per metterci le dita.
La proprietaria l'aveva comprato per fare casino con gli amici ai campeggi e in chiesa, durante la Messa di Natale. D'abitudine il tamburello se ne stava rintanato nell'angolo di un divanetto nella stanza della sua padrona, tra l'orsetto Orsetto e il cuscino con la foto degli Spandau Ballet.
Poi la proprietaria del tamburello cominciò a frequentare un coro e a imparare cori d'opera.
I cori d'opera, sia detto per inciso, son delle cose strane: apparentemente lontani anni luce da qualsiasi aggancio con la vita reale - parlano di streghe, menestrelli scambiati con duchi nella culla, gitani e sigaraie, odontalgici mirabili elisir - alla fine vien fuori sempre che parlano di te.
Sarà per via della musica, immagino.
Ebbene un giorno il direttore del coro s'interruppe durante una prova, si girò verso le coriste e chiese: "Per caso, una di voi ha un tamburello?". La proprietaria del tamburello in questione timidamente alzò la mano. "Bene", disse il direttore, "la prossima volta portalo."
Per il tamburello iniziò allora una vita molto brillante. Divenne l'ospite d'onore nientepopodimeno che della
Traviata, nei due cori "Noi siamo zingarelle" e "Di Madride noi siam mattadori", riscuotendo infallibilmente uno strepitoso successo di pubblico e critica. Erano cori effervescenti, parlavano di feste, corteggiamenti, infedeltà, gelosie; ma il tamburello era la vera star, la chiave di volta, in grado di resuscitare anche il pubblico più addormentato strappando fragorosi applausi. Certo non era facile andare dietro al direttore, che a volte nell'ultima parte del coro dei mattadori prendeva l'abbrivio e costringeva il povero tamburello - nato per far casino alle feste, come s'è detto, non aveva mai fatto del tutto l'abitudine alla solennità dei concerti - a qualche rincorsa un po' zoppicante. Comunque il tamburello di legno per anni si godette città, teatri, chiese, cene e rassegne con inalterabile spavalderia. "Hai portato il tamburello?" era diventato il refrain consueto. "Certo che l'ho portato", era la risposta orgogliosa e fiera.
Finché accadde l'irreparabile.
Il coro partì per una tournée tra Francia e Belgio. Giunti in quel di Strasburgo, il direttore rivolse la solita, fatidica domanda: "Hai portato il tamburello?", e la padrona sbiancò. Perché quella volta tra valigie, cambi, scarpe e sogni se l'era proprio dimenticato, il tamburello. Il direttore cominciò a saltellare e a dire cose pessime tra i denti, ma la padrona era già svanita. Si era precipitata alla ricerca di un negozio di musica, e chiedeva affranta ad ogni passante "Scusi, dove posso comprare un tamburello?" facendo con le mani il gesto di suonare, guardata con sospetto dai francesi e sbeffeggiata dalle compagne.
Alla fine, in un bellissimo negozio di musica nel centro di Strasburgo, lo vide.
Un cembalo a forma di mezzaluna, con le doppie file di piattini, nero lucido e splendente. Veramente le amiche volevano che lo comprasse rosso, ma la padrona fu inflessibile: nero come le divise del coro, nero come la musica, nero come la notte.
E nero fu.
Il tamburello di legno chiaro si godette una meritata pensione e tornò a fare casino in chiesa e alle feste, mentre il cembalo nero dominava i palcoscenici e incantava le folle. Una volta ebbe addirittura una parte nella
Misa Criolla.
Poi però la padrona del tamburello inciampò in una serie di sfortunati e fortunatissimi eventi. Tra quelli fortunatissimi, ad esempio, la nascita di due figli. Per due, tre anni, quindi, decise di rallentare l'attività corale. Il cembalo finì in un angolino della stanza da letto, dietro un cassettone, a riempirsi di polvere. I due briganti appena nati tentarono di impadronirsene, ma il bel tamburello nero dal suono potente era troppo grande per le loro manine. Preferirono ripiegare sulle maracas di plastica a forma di pomodoro.
Quando la padrona tornò al coro, c'era un nuovo tamburellista. Nientepopodimeno che Vlad il vicedirettore, musicista giovanissimo ma di grande talento e passione, e sopratutto re dell'aplomb: per quanto Ad potesse accelerare, rallentare, fingere soste per poi tentare rapidissime fughe, il tenace Vlad non sbagliava un colpo. Lui sì, che era davvero adatto. Ma il tamburello no: un affarino di legno sbiadito, con una misera fila di piattini.
La padrona ha quindi deciso che è ora che il suo tamburello venga tramandato. Un cembalo così bello, così nero, e soprattutto così carico di bei ricordi non può restare a prendere la polvere dietro a un cassettone. Vlad è già stato avvertito, avrà il tamburello. E per quanto abbia brontolato che non ha i buchi per le dita, che non è maneggevole, che lui quel coso non lo suona, Mamikazen è sicura che perlomeno ci proverà, perché tra le sue innumerevoli doti Vlad ha anche quella di essere un inguaribile romantico.
Se volete sapere come va a finire la storia dei tamburelli passate di qui, la sera dell'undici luglio.