La mia estate musicale inizia con me sola in automobile, ferma di sbieco in un piazzale, le quattro frecce che lampeggiano, mentre aspetto la Bellissima che è andata a farsi sistemare le chiome dal parrucchiere.
Dopo un po' la vedo, un elfo in pantaloni neri con gli spartiti sottobraccio. Il parrucchiere le ha fatto i boccoli alla Rossella O'Hara e una frangia bombata come non ne vedevo dal 1982, ma a lei stanno bene.
Io invece mi sono data un'altra rasata alla biglia, sotto gli occhi divertiti di RodolfoValentino: "Mamma, adesso sei bella come Magmion, il Gormito Signore del Vulcano." Purtroppo non ho gli occhi incastonati nelle spalle, ché altrimenti stasera, col vestito da sirena, avrei fatto la mia porca figura.
Noi Insolite ci raduniamo in un parcheggio della zona industriale, il parcheggio di un negozio di scarpe, naturalmente, poi facciamo le macchine per andare su. Salgo con la Gilda, che ha un'Opel Astra station wagon a metano e minaccia in continuazione di far partire il cd della figlia, con le sigle vecchie dei cartoni. Invece parliamo di cori, prove, vecchi brani lirici che ci hanno stufate, Maestri, di trasferte lontane anni luce e di quelle ancora da venire. La strada fino ad Auditore scorre in fretta.
Il signor Guidi ha provvidenzialmente piazzato un cartello con la foto di un portachiavi a forma di angioletto in cima al vialetto di casa, così inchiodiamo e svoltiamo in una stradina di breccia con una poco promettente pendenza di 90° rispetto al piano della crosta terrestre.
La casa-studio del signor Guidi vanta un panorama a cerchio quasi completo di colline, campi, boschetti, fattorie, pecore al pascolo e monti in lontananza. Il signor Guidi ha purtroppo pavimentato parte del suo giardino con dei delinquenziali mattoncini al vivo, e la scelta mia e della Bellissima di indossare sandali sexy col tacco sottile si rivela subito una boiata pazzesca. Passeremo gran parte della festa a disincagliare con violenza i tacchi dalle commessure, e mentre la Bellissima potrà accompagnare il gesto con una mossa sensuale dei lunghi capelli neri, io mi limiterò ad ondeggiare come un birillo al bowling, colpito dalla boccia.
Il signor Guidi ci regala un grosso e pesantissimo fermacarte con i suoi inimitabili angioletti, e ci invita ad usarlo per "tenere stretti i nostri sogni, e poi farli volare". Secondo me invece è perfetto da dare in testa ai mariti, ma quando ho provato a suggerirlo al signor Guidi lui non mi ha risposto, forse perché, essendo parte in causa, non se la sentiva di fomentare un tale criminoso uso alternativo del bell'oggetto.
Fuori casa era molto buio, quando le pecore sono andate a dormire nel cielo è spuntata una miriade di Pleiadi, e Spiche, e Orse Maggiori e Minori tutte lì, affollate a guardare chi c'era alla festa.
Dentro casa c'era molta luce e sculture, quadri, premi, divani e tende con le stoffe tempestate di angioletti, e decine e decine di pannelli zeppi di ritagli di riviste appiccicati e scarabocchiati dal signor Guidi per ispirazione ed arte, suppongo, proprio come facevamo noi nel diario di scuola delle medie.
Ho resistito alla tentazione di rubare un grande palla-souvenir di New York con la neve, il carillon e i cartelloni di Broadway in miniatura, che avrebbe fatto una bellissima figura nella collezione di RodolfoValentino.
Non ho resistito alla tentazione di inviare un sms a Ad per dirgli che eravamo state bravissime alla faccia sua, che tanto non riuscirò mai a convincerlo a venirci a sentire.
Mi sono persa il risotto al tartufo perché ero con Riccioli nel parcheggio gremito di Mercedes e fuoristrada, a fumare sigarette ultraslim e parlare delle nostre ossessioni, che per tenerle ferme, quelle, decisamente non ci serve, il fermacarte del signor Guidi.
Non ho perso un occhio per un pelo, risalendo a piedi nel buio della mezzanotte il vialetto imbrecciato, mentre il custode di casa Guidi lanciava su per la salita a tutto gas l'Astra a metano della Gilda, facendo schizzare i sassi a mezzo centimetro dalle nostre facce stremate.
Naturalmente abbiamo cantato, con la Zia che suonava e gli ospiti che chiacchieravano, e il momento più bello è stato quando ci siamo chiuse a cerchio al buio, in giardino, e l'Annina ci ha dato la nota col diapason e abbiamo cantato a cappella, ad occhi chiusi, sotto le stelle.
Perché la musica è una malattia incurabile che in certi momenti non ha proprio nulla a che fare con lo spettacolo, l'elettronica o i tacchi a spillo.
Un'azdora folle e sconclusionata, una mamma piezz'e core, una moglie un filino impegnativa, una lavoratrice (inde)fessa, una corista against all odds, una parlatrice a vanvera.
Drop in and get lost.