La Camera è molto silenziosa.
Alle due di pomeriggio, ci sono un paio di signori anziani che fumano nel bel cortile con la fontana, un signore anziano che sui divanetti della veranda parla concitatamente ma sempre sottovoce a un telefono buffamente incassato in un bracciolo, lamentando il comportamento delle testate giornalistiche nel caso di cui.
Il corridoio dei passi perduti, detto anche Transatlantico, sembra uscito da un film di Luchino Visconti. Lampadari a forma di bolla come nel sommergibile del Capitano Nemo, legno accanto al cuoio accanto al metallo, segnati dalle linee geometricamente sensuali del liberty. Seduti su grosse poltrone, alcuni signori anziani parlano al cellulare o consultano le loro agende non elettroniche. Comincio a credere di essere finita per sbaglio al Senato, quando una bella ragazza dall'apparente età di trentacinque anni, drammaticamente alta e bionda, attraversa la sala.
La nostra guida sa un sacco di cose di architettura, storia, procedura ed etichetta. Ci fa scivolare silenziosamente lungo i silenziosi corridoi, persino le due classi di scuola media che sono con noi tacciono mute. Nel silenzio risuona, ingigantito e solo, il tintinnìo della cavigliera di Mamikazen, che amplificato in quell'aulico loco pare l'eco del sonaglio dei monatti, di manzoniana memoria.
La Camera è come in tivvù, ma vera. La nostra guida ci spiega le vetrate, i dipinti murali a cera, la destra e la sinistra. Ci accompagna nella sala Aldo Moro, nella sala della Lupa e infine nella Sala della Regina, dove oggi si rende omaggio al Cigno. Sei classi di scuole medie e superiori si dispongono sulle sedie rosse e dorate, la nostra guida scompare e ricompare immobile a un lato della sala, munita di immacolati guanti bianchi. Tutto sembra procedere con una perfezione di modi e tempi non umana, e fuori dal tempo. Una ad una arrivano le autorità comunali, provinciali, regionali, e quelle che hanno spiccato il volo e ormai da anni sono planate su Roma, ma non dimenticano di essere nate nella città del Cigno. Mamikazen, prudentemente rintanata nelle retrovie, suggerisce che per un ipotetico fronte anarcoinsurrezionalista pesarese questa sarebbe un'occasione bombarola davvero unica.
Poi entra Fini e tutti stanno definitivamente zitti, mentre il presidente sorride con un sorriso che sembra molto più naturale di quello che si vede in tivvù, pronuncia un bel discorso parlando molto bene di Cignocittà, poi mentre si siede dice una battuta, non volgare, non sfacciata, non violenta, una battuta piccola e simpatica, detta non per aggredire l'uditorio sotto la cintola ma per far rilassare un po' tutti, su quelle poltroncine dorate e maledettamente scomode. Il Presidente si siede, e appoggia sul tavolo due belle mani, lunghe e sottili.
Poi parlano Giovanelli, Cagli, Arruga, Narici e Daverio, tutti a dire quant'è straordinario il Cigno, quant'è moderno, quant'è indispensabile. Sugli schermi scorrono le immagini della Fondazione, del Conservatorio, del Teatro e di Casa Cigno, e per alcuni devastanti secondi Mamikazen vede le facce delle colleghe N. e S. che, al rallentatore, sorridono, vendendo a un gruppo di turisti le calamite con la faccia del Cigno.
Anche Fini le vede.
Quando tutto è finito e ci si alza per uscire, un po' meno in silenzio - e per questo infatti si verrà poi redarguiti, sulle scale, dall'ennesima usciera in guanti bianchi, a Mamikazen vengono in mente tre cose.
La prima è, un febbraio di ventuno anni fa, una Mamikazen molto giovane e molto magra stesa su un letto d'ospedale, con una cicatrice di dieci centimetri lungo un fianco e tubi ovunque, con la musica di Rossini a tutto volume nelle orecchie e il sogno di salire su un palcoscenico e cantare, almeno una volta nella vita.
La seconda è una Mamikazen ancora piuttosto giovane che va camminando a grandi passi a un colloquio di lavoro, con la musica di Rossini a tutto volume nelle orecchie e grandi progetti in testa per far amare la musica del Cigno ai ragazzi.
La terza è una Mamikazen non più giovane che sul palcoscenico c'è salita un sacco di volte, e ha cantato fino a sputare l'anima, e ha portato centinaia e centinaia di ragazzi a Casa Cigno a scoprire ed ascoltare, una Mamikazen che mentre ha un fugacissimo lampo di consapevolezza di quello che è riuscita bene o male a combinare in questi anni, mettendo tra l'altro al mondo due figli strabiliantemente belli, nel mentre già pensa e sogna, scrutando con le rotelle ai massimi giri una certa chierica bizzosa alcune file più avati, una chierica che Mamikazen si è messa in testa di condurre a più miti consigli, nonostante tutti le dicano che è meglio lasciar perdere, e cambiare strada.
E' bello realizzare qualche sogno.
E' indispensabile continuare ad averne.
Molti.
Credo lo chiamino diversificare il rischio.