mamikazen

Je ne te parle pas, je chante pour moi-meme, je chante pour moi-meme et je pense. Il n'est pas défendu de penser.
venerdì, 21 agosto 2009

L'ultima giornata di lavoro.

L'ultima giornata di lavoro prima delle ferie per Mamikazenè iniziata in salita.

Ieri sera a conclusione del ROF è stata a sentire una Petite Messe nella versione per Orchestra, e nonostante l'abbia innervosita dalla prima all'ultima nota, perché Mamika non sopporta la Petite fatta con l'Orchestra, si è contraddittoriamente trovata ad applaudire a spello di mani urlando "BRAVI!", per contrastare l'effetto di un "BUUUUUU!" partito a tradimento nel sacro attimo di silenzio a fine esecuzione, un "BUUUUUU" violento come uno schiaffo e offensivo come uno sputo che l'ha fatta imbufalire. Non si tratta così la gente che lavora, se pensi di dover buare fallo ma con classe e intelligenza, che diamine.

Stamattina Mamika inforca la bici e nell'i-pod le parte Rossini. Inorridita salta al pezzo successivo, "Obladì obladà", e scatta baldanzosa. Per almeno una settimana, niente Rossini.

Giunta al lavoro incrocia la Signora delle Pulizie che le riversa addosso le sue frustrazioni: "Da sola, m'han lasciato, la collega è in ferie e io sono da sola, in un'ora cosa vuoi che faccia, i musei, gli uffici, i laboratori..." - "Beh, da domani sono in ferie anch'io. Ciao R., ci vediamo a settembre".

Dopo qualche minuto squilla il telefono. E' la collega N. da Casa Rossini: "Mamika? Qui al bookshop sono finiti gli albi delle Edizioni Pappafico. Riordiniamoli subito, sennò..." - "Cara N., io dalle 14.00 di oggi sono in ferie. Sai dove ve li potete infilare, gli albi della Pappafico?"

Quando è esaurita Mamikazen diventa insofferente, instabile, violenta, vendicativa e anche parecchio sboccata.

giovedì, 13 agosto 2009

Incubo in ascensore.

Mamma e bimbo entrano nell'ascensore di un elegante palazzo del centro.
- ma il babbo è ancora al lavoro?
- sì amore, spingi il tasto col due.

L'ascensore, una scatoletta di metallo, si chiude con un flufff. All'interno due faretti sul soffitto, le lucette dei bottoni, le facciotte sorridenti di Rossini e la scritta "Rossini Opera Festival - secondo piano". Una piccola scossa, e l'ascensore comincia a salire.
Di colpo, si blocca. Le luci si spengono, nel buio si accende un quadratino arancione di sicurezza lontano, in alto.
- MAMMAAAAAAAAAAAAA! COS'E' SUCCESSOOOOOOO! FAMMI USCIREEEEEEEEE TI PREGOOOOOOO
- amore, Peppe, non è niente, tesoro, l'ascensore si è fermato, dev'essere andata via la luce, adesso prendo il cellulare così cerchiamo l'allarme...
- E' BUIOOOOOOOOO HO PAURAAAAAAAAAAAAA FAMMI USCIRE TI PREGOOOOOOOOOOOO
- guarda, vedi il tasto giallo? E' l'allarme, lo premiamo così ci vengono a prendere.

L'allarme è una sinistra campanella su due toni, che ricorda tanto l'ambulanza. Fuori si sentono voci non particolarmente concitate. Curioso, avrei detto che le urla di Peppe avrebbero richiamato gente dai palazzi vicini.
- COS'EEEEEEEEEEE'? COS'E' CHE SUONAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!!!!!!!!
- sono io, amore, vedi? premo il tasto giallo dell'allarme così ci sentono. Adesso calmati, amore, vedi il tasto col telefono? chiamiamo i socc...
- E' BUIO HO PAURAAAAAAAAAAAAA
- smetti di urlare, amore, che non sento nien...
- AAAAAAAAAAHHH! VOGLIO USCIREEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE! TIRAMI FUORI DI QUIIIIIIIII!!!!!
- come? pronto?

L'operatore si gode un paio di minuti di urla belluine, prima che io riesca a dirgli dove siamo.
- buonasera, si è bloccato l'ascensore. Siamo a Palazzo Gradari, in via Rossini...
- ma dove? Rimini, Riccione?
annàmo bbène.
- Palazzo Gradari, in centro, a Pesaro.
- va bene, signora, arriviamo subito.

Signore, ti prego, non farmi venire un attacco d'asma adesso. Fa' che il cortisone e l'antibiotico funzionino, che se svengo poi a Peppe gli prende un colpo.
- adesso apro un po' la porta, così vediamo dove siamo.
Davanti a me c'è il cemento, con la parte alta di una porta esterna, in basso. Siamo tra un piano e l'altro, cazzo.
- MAMMA NON RICHIUDEREEEEEEEEEE! LASCIA APERTOOOOOOOOOOO!
- amore, Peppe, guarda, da fuori filtra la luce, vedi? da quella fessura? stai zitto un momento, che provo a chiamare. SCUSI! SCUSI!
Un paio di sandali neri si fermano davanti alla fessura, in basso.
- Mamika? Siamo le signore delle pulizie. Sei col bambino piccolo o quello grande?
- col grande.
Cinque anni comunque non è una bella età, per restare bloccati in ascensore.
- potete chiamare mio marito? è al piano di sopra. potete chiamare anche i pompieri, per favore? grazie.

Mentre aspettiamo ci mettiamo a sedere, io e Peppe, e gli spiego come funzionano i sistemi di sicurezza degli impianti elettrici, che c'è il salvavita e la messa a terra e quando non funziona qualcosa, per sicurezza si blocca tutto, ed è un sistema che serve a prevenire gli incendi, e quindi noi dobbiamo stare buoni ad aspettare che quando i pompieri arrivano vanno alla centralina, controllano la tensione, poi aprono la porta esterna con una chiave speciale e ci calano giù piano piano a mano.
Peppe non urla più, è arrivato il babbo che lo aspetta, fuori, e dentro c'è il mio cellulare che fa la luce e pure l'orologio da sedici euro che diventa fosforescente, che si rivela all'improvviso un bene di prima necessità.

Arrivano i pompieri, una squadra da cinque. Mettono la chiave e aprono la porta esterna, siamo a un metro e mezzo dal pavimento. Dietro i pompieri c'è quasi tutto il ROF che ci guarda e sorride, babbo compreso.
- ok, Peppe, vai - mi scappa detto, mentre un pompiere giovane allunga le braccia. Ma il caposquadra lo stoppa.
- FERMO! se ti riparte col bambino a metà? prima stacchiamo la corrente poi lo mandiamo giù a mano, piano piano.

Peppe è ipnotizzato dagli stivali dei pompieri, dalla ricetrasmittente rossa del capo, dalla faccia sorridente del babbo. Dopo qualche esitazione l'ascensore si muove e arriva al piano. Non riesco a scollarmi Peppe dalle ginocchia.
- vai, amore, vai dal babbo.

Vai dal babbo, che la mamma va a giocare al superenalotto. Quanto fa, l'ascensore?
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categorie: bambini, diario, famiglia, pazzia, incubi, vomito, ballare, lirica, rossini, personalitĂ  borderline
lunedì, 29 giugno 2009

Danni collaterali.

In alto loco, in quell'empireo lontano dalle leggi umane dello spazio e del tempo in cui vivono loro,  I Capi, si è deciso di riaprire i Musei Civici il quattro di luglio.

In basso, nel nostro mondo, a quattro giorni dal quattro di luglio le sale dei Musei sono una bolgia infernale di polvere, facchini, elettricisti, pinze, restauratori, architetti, mandrini del 4, cornici a foglia d'oro, impiegati dispersi, tappi a vite, orologi antichi della Marchesa che non si sa dove cazzo mettere, il tutto sormontato dallo stentoreo rombo del nuovissimo condizionatore che però, dicono, quando andrà a regime sarà più silenzioso di un gattino che fa le fusa. Dicono.

In mezzo alla bolgia se ne sta Mamikazen, inerpicata al colmo di una scala a libretto ad incartare in un magico velo di tessuto-non-tessuto La caduta dei giganti di Guido Reni. Ora, Mamikazen soffre le vertigini sulle scale di casa, sui tacchi, a volte persino stando ferma a piedi nudi sulla spiaggia. Pertanto se ne sta lì, con un braccio avviticchiato al colmo della scala, mentre con l'altro cerca di arpionare con un lembo di stoffa l'angolino superiore del secentesco quadrone emiliano, rattrappita dal terrore di cadere e vieppiù, nella caduta, di causare danno alla celebre tela.
Un tecnico del centro operativo si ferma sotto di lei.
"Scusa, ma è vero che Apollo si trasformava in animale per conquistare le donne? quella Marzia, per esempio. Com'è andata, con quella Marzia?"
"Marzia? Mah... veramente... a me non risulta nessuna Marzia..."
"Come no, c'è anche di là nelle ceramiche!"
"Ah, MarSia! Apollo e Marsia! Ma non era una donna, era un uomo che aveva sfidato Apollo e aveva perso, ed era finito scuoiato."
"Un uomo? ma lì non sembra, sembra una donna."
"Era un uomo, è che a volte i ceramisti gli facevano un po' di tette, e sembrava una donna."
"Ah! Allora era un trans."
"..."
Interviene, salvifico, il collega G.
"A lei devi chiedere di Rossini, devi chiedere. Che sa tutto."
Il tecnico corregge il tiro.
"Senti, allora: è vero che Rossini usava uno stantuffo al posto del Viagra?"

Domattina devo incartare tutta la sala Cantarini.

Tornate fiduciosi.
giovedì, 11 giugno 2009

In viaggio con Rossini.

Ma perché mi sono incaponita ad inventare un laboratorio nuovo per l'estate, invece di riciclare uno di quelli invernali mettendoci, che so, due ghiaccioli dentro?
Invece no, facciamo "In viaggio con Rossini", e quello ha lavorato e vissuto in così tante città che la globalizzazione gli faceva un baffo, e vai a ripassare cos'aveva combinato a Bologna, Roma, Napoli, Vienna, Londra, Parigi... e poi inventa una filastrocca per quelli più piccoli, che sennò si spallano e non entrano nel gioco, e già che ci sei organizza una bella proiezione di immagini per la filastrocca, e scansiona, e sistema, e proietta, e poi alla fine non vuoi fargli sentire la musica? Ma già che abbiamo il videoproiettore acceso mettiamo su un bel video, cosa scelgo, il ballo delle marionette dal Viaggio a Reims o la Cenerentola di Ponnelle? Tu che sei un quasi cinquenne, RodolfoValentino, che dici? Ponnelle? Aggiudicato, ma naturalmente il computer del Comune Ponnelle non me lo legge, devo usare il mio. Come al solito.
E poi il laboratorio, cosa mi è venuto in mente di far fare le shopper coi faccioni di Rossini? che poi vengono carine, eh, però vai a comprare la stoffa e non vuoi far spendere i soldi al Comune e compri le pezze da 50 centesimi che usano nei camion per avvolgere i rotoli, e giù lavatrice e stira che io a casa non stiro mai e giù taglia e giù piega e giù macchina da cucire e poi un po' ne pianti lì che li finisce nonna Terry, crisi isterica di nonna Terry che non sa più usare la macchina da cucire.
E prepara le mascherine stencil coi faccioni di Rossini, che sembrava facile ma prima devi capire come funziona, poi devi tagliare l'acetato e fanne in abbondanza perché tanto tra bambini e adulti meno di trenta non sono, ma sei sicura che bastano?
I manici glieli faccio attaccare a loro, che tanto qualche mamma capace ci sarà, ho trovato dei nastri multicolor bellissimi color strisce d'ombrellone, ma naturalmente non posso fare a meno di comprare il filo troppo grosso per gli aghi che ho già, e vai a cambiare il filo, e poi vedi, cara collega P., ho comprato le paillettes a forma di conchiglia e le conchigline vere nei negozi di souvenir al mare, da attaccare, ma con cosa le attacchi? con la colla a caldo, ma guarda che con la colla a caldo poi si staccano. Ma cosa dici, collega P.? Non portare rogna.
E poi prova i colori per la stoffa che - porchissima puttanissima! - sbavano un sacco, e fanno delle facce di Rossini tipo macchia di Rorshach ubriaco, forse è meglio passare alle tempere acriliche, graziealcielo funzionano, intanto collega P. per favore non mi aggiungere altre persone all'elenco, non vedi che ho scritto "basta!" sottolineato verde fosforescente? sì, hai ragione, in mezzo all'elenco c'è una riga vuota, ma dài una contata, sono oltre trenta, la riga vuota è un effetto ottico.
San Gioachino, stammi vicino.
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categorie: musica, bambini, diario, lavoro, incubi, lirica, rossini, personalitĂ  borderline
sabato, 06 giugno 2009

Il nodo.

Quando, come questa notte, mi sento come un treno che corre velocissimo senza binari, penso sempre che Rossini l'ha detto meglio.

E pensare che lui li odiava, i treni.

"Questo è un nodo avviluppato / questo è un gruppo rintrecciato / chi sviluppa più inviluppa / chi più sgruppa più raggruppa / ed intanto la mia testa / vola vola e poii s'arresta / vo tenton per l'aria oscura / e comincio a delirar"

giovedì, 21 maggio 2009

Il corridoio dei passi perduti.

09051920373400

La Camera è molto silenziosa.
Alle due di pomeriggio, ci sono un paio di signori anziani che fumano nel bel cortile con la fontana, un signore anziano che sui divanetti della veranda parla concitatamente ma sempre sottovoce a un telefono buffamente incassato in un bracciolo, lamentando il comportamento delle testate giornalistiche nel caso di cui.

Il corridoio dei passi perduti, detto anche Transatlantico, sembra uscito da un film di Luchino Visconti. Lampadari a forma di bolla come nel sommergibile del Capitano Nemo, legno accanto al cuoio accanto al metallo, segnati dalle linee geometricamente sensuali del liberty. Seduti su grosse poltrone, alcuni signori anziani parlano al cellulare o consultano le loro agende non elettroniche. Comincio a credere di essere finita per sbaglio al Senato, quando una bella ragazza dall'apparente età di trentacinque anni, drammaticamente alta e bionda, attraversa la sala.

La nostra guida sa un sacco di cose di architettura, storia, procedura ed etichetta. Ci fa scivolare silenziosamente lungo i silenziosi corridoi, persino le due classi di scuola media che sono con noi tacciono mute. Nel silenzio risuona, ingigantito e solo, il tintinnìo della cavigliera di Mamikazen, che amplificato in quell'aulico loco pare l'eco del sonaglio dei monatti, di manzoniana memoria.

La Camera è come in tivvù, ma vera. La nostra guida ci spiega le vetrate, i dipinti murali a cera, la destra e la sinistra. Ci accompagna nella sala Aldo Moro, nella sala della Lupa e infine nella Sala della Regina, dove oggi si rende omaggio al Cigno. Sei classi di scuole medie e superiori si dispongono sulle sedie rosse e dorate, la nostra guida scompare e ricompare immobile a un lato della sala, munita di immacolati guanti bianchi. Tutto sembra procedere con una perfezione di modi e tempi non umana, e fuori dal tempo. Una ad una arrivano le autorità comunali, provinciali, regionali, e quelle che hanno spiccato il volo e ormai da anni sono planate su Roma, ma non dimenticano di essere nate nella città del Cigno. Mamikazen, prudentemente rintanata nelle retrovie, suggerisce che per un ipotetico fronte anarcoinsurrezionalista pesarese questa sarebbe un'occasione bombarola davvero unica.

Poi entra Fini e tutti stanno definitivamente zitti, mentre il presidente sorride con un sorriso che sembra molto più naturale di quello che si vede in tivvù, pronuncia un bel discorso parlando molto bene di Cignocittà, poi mentre si siede dice una battuta, non volgare, non sfacciata, non violenta, una battuta piccola e simpatica, detta non per aggredire l'uditorio sotto la cintola ma per far rilassare un po' tutti, su quelle poltroncine dorate e maledettamente scomode. Il Presidente si siede, e appoggia sul tavolo due belle mani, lunghe e sottili.

Poi parlano Giovanelli, Cagli, Arruga, Narici e Daverio, tutti a dire quant'è straordinario il Cigno, quant'è moderno, quant'è indispensabile. Sugli schermi scorrono le immagini della Fondazione, del Conservatorio, del Teatro e di Casa Cigno, e per alcuni devastanti secondi Mamikazen vede le facce delle colleghe N. e S. che, al rallentatore, sorridono, vendendo a un gruppo di turisti le calamite con la faccia del Cigno.
Anche Fini le vede.

Quando tutto è finito e ci si alza per uscire, un po' meno in silenzio - e per questo infatti si verrà poi redarguiti, sulle scale, dall'ennesima usciera in guanti bianchi, a Mamikazen vengono in mente tre cose.
La prima è, un febbraio di ventuno anni fa, una Mamikazen molto giovane e molto magra stesa su un letto d'ospedale, con una cicatrice di dieci centimetri lungo un fianco e tubi ovunque, con la musica di Rossini a tutto volume nelle orecchie e il sogno di salire su un palcoscenico e cantare, almeno una volta nella vita.
La seconda è una Mamikazen ancora piuttosto giovane che va camminando a grandi passi a un colloquio di lavoro, con la musica di Rossini a tutto volume nelle orecchie e grandi progetti in testa per far amare la musica del Cigno ai ragazzi.
La terza è una Mamikazen non più giovane che sul palcoscenico c'è salita un sacco di volte, e ha cantato fino a sputare l'anima, e ha portato centinaia e centinaia di ragazzi a Casa Cigno a scoprire ed ascoltare, una Mamikazen che mentre ha un fugacissimo lampo di consapevolezza di quello che è riuscita bene o male a combinare in questi anni, mettendo tra l'altro al mondo due figli strabiliantemente belli, nel mentre già pensa e sogna, scrutando con le rotelle ai massimi giri una certa chierica bizzosa alcune file più avati, una chierica che Mamikazen si è messa in testa di condurre a più miti consigli, nonostante tutti le dicano che è meglio lasciar perdere, e cambiare strada.
E' bello realizzare qualche sogno.
E' indispensabile continuare ad averne.
Molti.
Credo lo chiamino diversificare il rischio.
lunedì, 18 maggio 2009

Gentile Presidente Fini.

Gentile Presidente Fini,
domattina verrò a Roma con una delegazione di Cignocittà.
I filologi della Fondazione Cigno consegneranno l'edizione critica del Cigno alla biblioteca della Camera.
Assieme ai filologi della Fondazione Cigno, ai professori del Conservatorio Cigno, ai signori del Cigno Opera Festival, alle autorità di Cignocittà, a quattro classi di scuola superiore e due classi delle medie con relativi professori, ci sarò anch'io, e mi ciuccerò quattro ore e passa di pullman nella segreta speranza che la guida che ci accompagnerà a visitare la Camera sia in grado di colmare le mie devastanti lacune in materia di funzionamento degli Organi di Governo.
Vedremo.
postato da: mamikazen alle ore 19:10 | link | commenti (4) | commenti (4)
categorie: musica, libri, diario, lavoro, insonnia, ballare, lirica, rossini
martedì, 12 maggio 2009

Mi ucciderĂ .

Cantare Rossini mi ucciderà, lo sento.

Un conto è parlarne tutto il giorno a una masnada di robusti e combattivi ragazzini e spiegare loro come e perché fosse, e come e perché sia la sua musica, maneggiando la frusta e la sedia qual provetta domatrice.

Un conto è ritrovarmelo tra i piedi la sera alle prove, quando sono stanca e vulnerabile e vorrei solo smettere di fingere di essere "supermamma superorganizzatrice superlavoratrice sempreprontaadogniinconveniente sempreprontaarimbeccareeadifendereconleunghieeconidenti che di quello che dico non me ne frega niente è solo lavoro, non crederai mica che sia vero, che la musica di Rossini è magica? Lo dico perché mi pagano e basta e non me ne frega niente se mi passi sopra come un carrarmato perché sono più dura del basalto peggio per te", e quando la sera sono stanca tutto questo ambaradan non mi riesce molto bene e mi scappa da cascarci dentro, alla musica, e non è dignitoso, e dà pure un po' fastidio, quando mi lascio emozionare da una nota, e mi scappa una coda, eccetera.

E oggi mentre facevo lezione sul Barbiere pensavo che Rossini ha un sentimento del tempo, è come se per tutta la vita non avesse fatto altro che inseguirlo e ingabbiarlo per poi lasciarlo esplodere




Un tempo vissuto, un tempo cercato, fuggito, doloroso.

Davvero: solo lui, ci riusciva.

postato da: mamikazen alle ore 23:37 | link | commenti (5) | commenti (5)
categorie: pensieri, musica, diario, lavoro, pazzia, insonnia, passione, blues, lirica, femmine, coro, rossini, filarmonitudine
venerdì, 08 maggio 2009

C'era una volta un re.

C'era una volta un re, che doveva farsi incoronare. Naturalmente in Francia. Naturalmente il re si chiamava Carlo, altrimenti avrebbe dovuto chiamarsi Luigi, che da quelle parti non c'è mai stata una gran scelta.

Correva l'anno 1825, e al re toccava di farsi incoronare a Reims. Da che mondo è mondo, un'incoronazione non è un'incoronazione senza adeguato contorno musicale, atto a consacrare ulteriormente il già sacro evento, e a tramandarlo ai posteri in suoni solenni, beneauguranti e imperituri. Re Carlo Decimo aveva sottomano Rossini, e Rossini usò.

Rossini compose la cantata scenica, schierando tutte le migliori voci che aveva a disposizione (e le aveva tutte), rielaborando musiche popolari e temi nazionali in qua e in là, su un testo disseminato di "gigli d'oro", "regnator", "viva la Francia" e quant'altro.

Il problema, era la trama. La trama, in effetti, non c'è. Essa narra le futili vicende amorose di alcuni ospiti d'albergo, che nell'attesa di recarsi a Reims per assistere all'incoronazione intrecciano amori, litigi e gelosie. Fine.

Rossini ci ha messo musica bastante per una decina di opere. Ci ha messo delle cose, dentro, che io non so com'è, perché di musica non me ne intendo, ma i cantanti, quando la cantano, si trasformano. E poi l'ha ritirata. Ha detto basta, questa l'ho fatta per l'incoronazione del re, dopo non la ascolterà più nessuno. E così è stato, per oltre centocinquant'anni.

Il Viaggio a Reims, o ti piace alla follia o non riesci a sentirlo. Io, naturalmente, la prima, e quando sono giù non c'è niente come le vertiginose scalette di note del finale primo, per tirarmi su. Per inciso, se vi chiedete perché all'inizio tutti ridano come pazzi e il povero Ruggero Raimondi non riesca a cantare dal gran ridere, è che Montserrat Caballè, entrando, dovrebbe dire "Signor, signor ecco una lettera venuta da Parigi", e invece, essendo questo il bis, si concede di dire: "Abbado, Abbado ecco una lettera venuta da Milano". E Abbado dirige senza partitura, cosa della quale non riuscirò mai a farmi una ragione. Che genio. Che genii, contando anche Gioachino.

Buon ascolto, e buona visione.

postato da: mamikazen alle ore 23:24 | link | commenti (2) | commenti (2)
categorie: pensieri, musica, sogni, passione, lirica, rossini
martedì, 28 aprile 2009

Distrazioni di primavera.

Mattina. Alla riunione cruciale per la Programmazione Preliminare Propedeutica Previsionale, la Capa parla, mentre Mamikazen riflette, compulsando sotto la scrivania il "vademecum dell'armonia" di Gianni Desidery.

 "E quindi, l'anno prossimo, si potrebbero creare delle nuove sinergie..."

una volta per tutte dovrei mettermi a studiare decentemente teoria musicale, così, per non fare sempre la figura della capra

"... sponsorizzazioni, se l'impegno sarà due appuntamenti al mese, dobbiamo..."

certo che quando leggo frasi tipo "Il II grado di una tonalità di modo minore che sale al III può trasformarsi in un VII grado che va al I grado di modo maggiore di una nuova tonalità" mi si spegne automaticamente il cervello

"... una riunione con chi di dovere, direi, poi possiamo contattare..."

ma senti questa... "Un basso legato che non torna al tono diventa un IV grado della nuova tonalità che scende al III grado". Mapporc

"... quindi è deciso. Tu che ne pensi, Mamikazen? sei d'accordo?"

"..."

"Benissimo."

 

Sera. Alle prove di canto, l'incauto Ad tira fuori un fascicolo nuovo nuovo con brani di Donizetti e Rossini. Mamikazen fibrilla, in silenzio.

"Sono cori d'opera, alcuni solo per coro femminile"

Sìsìsìsìsìsìsìsìsìsìsìsìsìsìsìsìsìsìsìsìsìsìsìsssssssssssssssìììììììììììììì

"Qualcuno li conosce già"

Ioioioioioioioioioioioioioioioioioioioioooooooooooooooooooooooo

"Cominciamo dall'Inflammatus, dallo "Stabat Mater" di Rossini..."

(Ad ha la malaugurata idea di attaccare dall'introduzione del soprano, Mamikazen frigge come San Lorenzo sulla graticola)

Hrmhhhhsbaaaaaaaaaavhnonpossononresistononcelafaccioiiiiiii INFLAMMATUUUUS! INFLAMMATUS ET ACCENSUS. PER TE VIRGO SIM DEFENSUS, PER TE VIRGO SIM DEFENSUS IN DIE JUDIIIIIIIIIIIIIIIIICI!!!

In una sola giornata, Mamikazen è riuscita a mettere a repentaglio il posto (precario) di lavoro e quello (salvavita) nel coro.

Buona primavera a tutti.

 

 

Chi sono

Utente: mamikazen
Un'azdora folle e sconclusionata, una mamma piezz'e core, una moglie un filino impegnativa, una lavoratrice (inde)fessa, una corista against all odds, una parlatrice a vanvera. Drop in and get lost.

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